Il Giullare

Il Giullare comune di cava de'Tirreni (Salerno)

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Il Giullare

Comune: cava de'Tirreni
Provincia: Salerno
Periodo di svolgimento: Dal 10 novembre 2007 al 25 novembre 2007
Evento che si svolge solo nelle date specificate
ATTENZIONE. Il periodo indicato per questo evento è approssimativo
La Libreria del Corso Galleria d’Arte con il supporto del Centro Internazionale di Studi Sociali e Culturali per la Ceramica, la collaborazione della Regione Campania, Provincia di Salerno, Comune di Cava de Tirreni, Ente Provinciale per il Turismo, Azienda di Soggiorno di Cava de’Tirreni questo mese presenta: Vincenzo Pellegrino “il giullare” La S.V. è invitata all’inaugurazione sabato 10 novembre 2007 -ore- 19:30 Presentazione a cura del direttore de “ Il Lavoro Tirreno” Vito Pinto La serata sarà allietata da un artista di strada che vestirà i panni di un giullare dell’epoca Medioevale Catalogo in Galleria La mostra si protrarrà fino al 25 novembre. Libreria del Corso Galleria d’Arte Corso Umberto, 325 Cava de’Tirreni Telefax 08934 17 43 “Alegria!” gridava, gioioso, il giullare-conduttore de “Le cirque du soleil”, mentre avanzava sulla pista tra sciami di acrobati, mangiafuoco, ballerini e saltimbanchi. “Alegria!” annunciava, trionfante, il giullare-cantastorie che percorreva le strade polverose, fermandosi in piazze affollate, trascinando il quasi nulla necessario per il suo lavoro: abbisognava di memoria, parlantina, capacità di creare situazioni grottesche per provocare ilarità. E tutto per qualche spicciolo per campare. Restano e si tramandano nel tempo dei secoli quelle sfere multicolori rubate a un arcobaleno, per mediare una pittura pensosa, puntigliosa nei particolari, a tratti maniacale del perfezionismo, quasi come se il pennello, insoddisfatto di quanto tracciato sulla tela, cercasse nuove dimensioni. E’ il tormento dell’artista, intimo, alla ricerca di una strada che porti verso un sole tranciato, quasi mancante nella completezza della luce. Così, in diciotto opere pittoriche e sei ceramiche Vincenzo Pellegrino mette in mostra una sua personale ricerca del proprio essere pittore ritrovatosi. Poco più di venti lavori per raccontare un viaggio nel mondo del giullare, quasi vagabondando per piazze e corti dell’anima alla ricerca di sentimenti d’arte. Abbandona, Pellegrino, le strade della facile comunicazione e percorre itinerari di raccordo tra il luogo del saltimbanco e la corte del menestrello, spazia da celesti percorsi ove si configura nascita e fine di un giullare mai nato, avendo come sfondo una costa, un mare soleggiato o una immagine che resta vaga negli occhi di chi osserva. A guardare i lavori di Pellegrino ci si sperde in una solitudine infinita. Sembra quasi un continuum di dolori, di sofferenze profonde, affioranti con la prepotenza di scene mute e, spesso, statiche. Eppure tutto narra il contrario, tutto lascia traspirare quel sudore di vitalità che solo l’animo riflessivo, la mente pensante può generare. Non è forse il pagliaccio un uomo triste? Non è forse il giullare un personaggio modellato dalla fantasia per ritagliare agli uomini uno spazio di umanità? Perché, dunque, Pellegrino avrebbe dovuto incanalarsi nella massa del giullare in opera? Così, seguendo istinti di intima passione, coglie il momento del riposo, della riflessione, del silenzio, della sofferenza del vivere. La maschera e il volto: e la lettura si fa affascinante mito, immaginifico itinerario espositivo, alla ricerca del perduto già noto. E sovviene Leopardi, con il suo “Infinito” e quella siepe che tanta parte dell’ultimo orizzonte all’occhio esclude. Quanta poesia umana in questi versi e quanta umana cromia nei giullari dipinti di Pellegrino! Risplende quella luce nascosta, quasi pudica, che rompe un cliché di cupa tristezza e si fa strada nei panneggi luminosi di figure femminili, nei fondali chiari ritagliati in vani di finestre aperte alla vita, si spande nel gioco di cromatiche palline che girano senza sosta nella fantasmagoria di un immaginario arcobaleno; tintinnano i campanelli sul cappello a tre punte sciolte in libera esibizione. “Salv’a lo vescovo senato” cantava il giullare del tardo medioevo, con un misto di lingua volgare, latino e strani “francesismi” che involgarivano la cantilena. Ma era per qualche spicciolo con cui campare. Era la maschera con cui nascondere il volto per far sorridere la gente. Grande arte quella del giullare! Ma prima del calar della sera, quando ancora la piazza non si è svuotata, vi è un ultimo sprazzo di luce nel quale il giullare può ancora gridare, gioioso, “Alegria! Le cirque du soleil n’est pas finì”. Vito Pinto
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