AnconaInformazioni turistiche per la città e per i comuni della provincia
Storia
Enogastronomia
Ancona: Il dialetto
Monumenti di Jesi
Le Grotte di Frasassi - Genga
I comuni della provincia
La Provincia di Ancona è una provincia delle Marche di circa 460 mila abitanti con capoluogo ad Ancona. Affacciata ad est sul Mar Adriatico, confina a nord-ovest con la Provincia di Pesaro e Urbino, a sud con la Provincia di Macerata, a ovest con l'Umbria (Provincia di Perugia).
Storia
La provincia di Ancona ospita insediamenti fin dall'Età del Bronzo e dall'Età del Ferro ma furono i greci a fondare numerose città a partire da Ancona.
All'arrivo dei Romani nelle Marche le popolazioni locali cercarono inizialmente una convivenza pacifica e la provincia di Ancona attraversò un periodo di transizione tra la civiltà greca e quella romana, anche dal punto di vista linguistico.
Alla caduta dell'Impero Romano d'Occidente il territorio rimase tra i possessi dell'Impero Romano d'Oriente e fece parte della Pentapoli marittima con le città di Ancona e Senigallia, per difendersi dal tentativo di conquista dei Visigoti, dei Vandali e dei Goti. Dopo un breve periodo sotto il dominio longobardo, nel 774 d.C. la zona fu donata da Carlo Magno allo Stato della Chiesa.
Con l’istituzione del Sacro Romano Impero fu creata la Marca di Ancona, che dopo aver assorbito le marche di Camerino e di Fermo comprese quasi tutta l’odierna regione Marche. A partire dall'anno 1000 la Marca di Ancona iniziò un cammino verso l’indipendenza e si scontrò così piu volte con il Sacro Romano Impero, che tentò ripetutamente di ristabilire il suo effettivo potere.
Nel 1137 l'imperatore Lotario II fu respinto, e nel 1167 anche l'imperatore Federico Barbarossa. Nel 1174, quando il Barbarossa inviò ad Ancona il suo luogotenente, l'Arcivescovo Cristiano di Magonza, per sottomettere una buona volta la città la Marca uscì vittoriosa ancora una volta.
Enogastronomia
Il territorio provinciale, soprattutto nell'entroterra, ha mantenuto uno stretto contatto con la ruralità tradizionale e il lavoro di vari comuni, enti, associazioni, imprenditori agricoli ha permesso la conservazione e la valorizzazione di una grande varietà di prodotti tradizionali di qualità, con produzioni che vanno dalla dimensione di nicchia (ad esempio la Cipolla di Suasa) a prodotti affermati a livello internazionale (il Verdicchio).
Il "Parco enogastronomico della Marca centrale - I castelli del Verdicchio" è stato creato negli ultimi anni per riunire tutte le esperienze di valorizzazione, promozione e salvaguardia a presidio dei prodotti tipici della provincia: aderiscono al parco sia molti comuni della provincia di Ancona che produttori e ristoratori interessati nel settore. I prodotti attualmente oggetto di valorizzazione sono: il Verdicchio, il Lacrima di Morro d'Alba, il Vino di visciola (una ciliegia selvatica), il Lonzino di fichi , la "Cicerchia di Serra de' Conti", il farro (nella vicina San Lorenzo in Campo è presente l'unica farroteca d'Italia), la sapa e l'agresto prodotti secondari della vinificazione utilizzati tradizionalmente come condimento dolce e aceto dolce, piccoli frutti (come more e lamponi), il Ciauscolo (salume spalmabile tipico dell'area appenninica), miele vergine e olio extravergine di oliva, specialmente il monovarietale realizzato con la Raggia, cultivar presente unicamente in questa provincia. Particolare riguardo è riservato alla produzione da agricoltura biologica sempre più diffusa nella provincia.
Ancona: Il dialetto
Il dialetto cittadino, che alcuni considerano un "vernacolo" vista la limitata zona di suo utilizzo (circoscritta praticamente alla sola città) viene quasi unanimemente considerato il dialetto più settentrionale del gruppo umbro-laziale-marchigiano (secondo la linea Roma-Perugia-Ancona), poiché già a Senigallia, che dal capoluogo dista solo 25 km, l'accento gallo-italico è molto forte. Secondo la tradizione il vernacolo anconitano sarebbe nato nel rione Porto, in una piccola piazza ora non più esistente, detta "la Chioga", nella quale si mescolavano tre parlate: quella dei portolotti, quella dei marinai stabilitisi in città e quella dei buranelli, ossia delle famiglie originarie dalla laguna veneta trasferite ad Ancona in cerca di fortuna. Nel corso del tempo si è modificato e reso assai singolare dagli influssi dovuti agli scambi del porto.
Nel dialetto anconetano, e in quelli dell'area anconitana ( Jesi , Castelfidardo , Osimo e Loreto ), convivono elementi di tre parlate dell'Italia peninsulare: infatti malgrado la già citata appartenenza al gruppo dialettale umbro-laziale-marchigiano, non è difficile accorgersi di influssi sia galloitalici, sia meridionali, per quanto quest'ultime siano piuttosto limitate.
Caratteri in comune con i dialetti gallo-italici:
nello sdoppiamento delle consonanti doppie ad eccezione della "s", che testimonia peraltro influenze anche venete;
nei pronomi personali lù e lia (lui e lei);
nelle seconde persone plurali dei verbi (magné, andé);
nell'uso dell'articolo determinativo maschile el anche con la s impura (el stato). Vale però la pena di ricordare che l'unico caso in cui è usato "lo" è davanti alla parola "stesso", ma solo nel caso di avverbio (lo/lu stesso);
nell'uso dell'avverbio di tempo adè (adesso), mentre nell'Italia centro-meridionale, Roma e Umbria comprese, è adoperato mò.
Caratteri in comune con i dialetti meridionali:
nelle terze persone plurali dei verbi, terminanti in -e (magnane, parlane, dicene, piagnene);
nell'uso degli avverbi scì e cuscì per sì e così, in uso in tutte le Marche meridionali;
nell'uso del complemento di termine pure quando il verbo non lo richiede (accusativo preposizionale): ad esempio la frase italiana "gli piace scrivere", in cui il verbo è un infinito sostantivato nel caso di complemento oggetto, ad Ancona e giù fino in Abruzzo diventa "je piace a scrive"; oppure "Sto 'spetando a lù" per "Sto aspettando lui".
Vale comunque la pena di segnalare che insieme al già citato sdoppiamento delle consonanti doppie avviene per contro un certo rafforzamento della "z" (sorda) al posto della "s" dopo n, l, ed r, fenomeno tipico dei dialetti centrali. Per cui la parola "persona" ad Ancona si pronuncia come se la z (sorda) fosse raddoppiata: "perzzona"; "Insomma" diventa dunque "inzzóma", e così via.
Come nel dialetto perugino, le consonanti non presentano i fenomeni di caduta della "c" tra vocali (tipica del toscano) o fricativi che la trasformano in "sc" (diffusa in altri dialetti dell'Italia centrale).
Sconosciuta al dialetto anconetano è invece l'assimilazione progressiva dei nessi consonantici "nd" > nn, "mb" > mm, "ld" > ll , caratteristica comune invece del gruppo mediano-meridionale. L'unica assimilazione riscontrata è quella del nesso "ng", che diventa gn (piagne per "piangere", strégne per "stringere"). Un fenomeno, presente ad Ancona come in tutta l'Italia centro-merdionale, è la j al posto del suono "gl" (pijà per "pigliare").
La parlata anconetana è poi caratterizzata dalla lenizione della "t" e della "g": ad esempio pudé (potere), aguto (acuto), segondo (secondo), vinge (vincere), gambià (cambiare), garbó (carbone) e fadiga (fatica);
Per quanto concerne la sintassi, vale la pena di ricordare l'uso della preposizione 'da' davanti all'infinito modale preceduto dal verbo avere in sostituzione di dovere (Ciavémo da fà "dobbiamo fare"; S'ha da magnà "Si deve mangiare").
Il registro linguistico della varietà locale anconetana viene spesso scambiato da chi viene da fuori per quello di una parlata laziale. La parlata di Ancona infatti è sempre contornata sia da parole utilizzate come intercalari, come l'utilizzatissimo "aó", che si usa per richiamare l'attenzione verso di sé prima di parlare (es: «aó, ce la famo a 'rivà in urario al'apuntamènto?»; «aó, và bè, ce sentìmo dòpu!»), sia da alcune espressioni con tono di insulto («và a murì mazzato!»). Non ultima è da segnalare anche la presenza di alcuni vocaboli e modi di dire tipici dell'area romana, che comunque di solito non suonano esattamente uguali a quelli in uso nell'area capitolina: pizardó per "vigile urbano" (a Roma pizzardone), andà de prescia per "andare di fretta".
Tipico di Ancona, come del resto di molti altri posti dell'Italia centrale, è l'uso di aggiungere la -e finale nei vocaboli terminanti in consonante, specie se anglosassoni: stoppe per "stop", scuppe per "scoop", Juventuse per "Juventus", Intere per "Inter", e via discorrendo.
Per quanto riguarda invece la pronuncia, quella anconetana e delle zone limitrofe del comprensorio di Jesi-Loreto-Osimo non si discosta molto da quella della vicina Umbria e da quella romana, ma si ha un'apertura maggiore delle vocali: ad esempio i suffissi in -ménto, che in italiano standard, ma anche in buona parte di Umbria e Lazio sono con la e chiusa, nel territorio anconetano si pronunciano con la e aperta; perciò "auménto" diventa umènto, "moménto" diventa mumènto, e così via.
È infine da segnalare che il contado inizia già con le aree periferiche della città, ed è infatti possibile cogliere, all'interno dello stesso comune di Ancona, alcune sfumature linguistiche differenti tra l'area del Porto e di Torrette e le frazioni più distaccate dal centro cittadino come Montesicuro o Gallignano, dove, almeno fino agli anni '70 del 1900, le persone più anziane parlavano un dialetto che dagli anconetani di città veniva considerato non tanto umbro-romanesco quanto piuttosto gallo-italico, a causa della caduta della vocale finale -o: il dialetto di Ancona, infatti, conserva ottimamente l'esito delle -o, -u latine, facendo del resto parte del vasto complesso di parlate centrali, che di tale fatto linguistico fanno un importante tratto di distinzione.
Le ormai estinte parlate contadine, invece, tendevano a lenire o ad eliminare la -o finale: considerando che il dialetto di Jesi è chiaramente appartenente al gruppo centrale, la causa di questa "anomalia" delle suddette parlate della campagna anconetana, ma anche di alcuni centri limitrofi, come Camerano, è forse attribuibile ad una qualche penetrazione gallo-italica su un precedente sostrato umbro-romanesco, che ha riguardato esclusivamente quella parte di territorio fra Jesi ed Ancona, arrestandosi non oltre Camerano e la frazione anconetana di Varano.
Naturalmente, l'influenza sempre più dominante dell'anconetano cittadino ha parzialmente alterato questo schema, che è oggi appena intuibile nelle frazioni di Candia, Varano, del Poggio, e un po' più vistosa nelle frazioni più conservative di Camerano. Ma al giorno d'oggi le generazioni più recenti di tali località ripristinano nettamente la -o finale, e il loro dialetto non si discosta quasi per nulla dall'anconetano standard, peraltro molto più vicino all'italiano.
Monumenti di Jesi
Duomo
Il duomo di Jesi , dedicato a San Settimio, fu costruito tra il Duecento e il Quattrocento; la facciata e l'interno a croce latina sono state rifatte.
Palazzo Balleani
Il palazzo Balleani è un esempio di barocco locale, venne realizzato a partire dal 1720 su disegno dell'architetto romano Francesco Ferruzzi. Sull'elegante facciata, dagli spigoli arrotondati, è una caratteristica balconata barocca con ringhiera in ferro battuto, sorretta da quattro possenti telamoni, realizzata nel 1723 dal ravennate Giovanni Toschini.
L'interno colpisce per la ricchezza delle sale con i soffitti dai leggerissimi e raffinati stucchi dorati, eseguiti da diversi artisti, tra cui i decoratori Giuseppe Confidati, Antonio Conti, Marco d'Ancona, Orazio Mattioli e il pittore Giovanni Lanci.
San Floriano
Il convento settecentesco di San Floriano presenta una cupola di forma bizzarra, alla quale si affianca la grande chiesa ampiamente decorata all'interno.
Mura
Le mura racchiudono il nucleo medievale della città. Sono trecentesche, costruite sul tracciato delle mura romane: restano le sei porte e le torri.
San Marco
La chiesa di San Marco sorge poco fuori del centro storico. Gotica e duecentesca, nell'interno, a tre navate, conserva un affresco del Trecento di scuola riminese.
Palazzo della Signoria
Il palazzo della Signoria fu costruito nel tardo Quattrocento; la torre, il portale e il cortile porticato sono fra gli elementi più interessanti.
Palazzo Ricci
Il palazzo sorge sull'area Rocca pontelliana, fra l'Arco del Magistrato e Piazza Spontini, con il prospetto posteriore che da sulla Piazza della Repubblica e sul quale si eleva una facciata neoclassica, ricavata a seguito della demolizione del Torrione meridionale della Rocca, avvenuta nel 1890.
Fu voluto dal conte Vincenzo di Costantino Ricci che ne affidò l'esecuzione, nel 1544, a Giovanni di Bellinzona e Pierantonio di Baldassarre da Carena. I lavori vennero terminati nel 1547 dai costruttori jesini Guido di Giovanni e Giovanpietro di Beltrani.
Il palazzo si caratterizza per la facciata a bugnato con pietre tagliate a forma di diamante, sull'esempio del prestigioso Palazzo dei Diamanti di Ferrara e del più vicino Palazzo Mozzi di Macerata, realizzato pochi anni prima, e al quale il Ricci si ispirò probabilmente per la sua residenza jesina. Completa l'edificio un porticato a sei arcate che alleggerisce la struttura.
Teatro Pergolesi
Il Teatro Pergolesi (già della Concordia) venne costruito nel 1790, in un'area occupata da piccole botteghe in Piazza della Repubblica, allora "della Morte", ceduta dal Comune alla Società della Concordia nel 1790.
Fu inaugurato nel 1798, in piena occupazione francese, con due opere del Cimarosa, La Capricciosa corretta e Il Principe Spazzacamino, che vennero cantate dal soprano pesarese Anna Guidarini, madre di Gioacchino Rossini, in un teatro disertato dalla nobiltà jesina per paura di rappresaglie da parte dei giacobini.
Nel 1883 il teatro cambiò nome, perdendo quello originale della Concordia e assumendo quello del musicista jesino Giovanni Battista Pergolesi; venne poi ceduto definitivamente dalla Società al Comune nel 1933.
Palazzo Pianetti
Il palazzo Pianetti fu costruito alla metà del Settecento ed è un capolavoro del rococò italiano. La lunghissima facciata è aperta da cento finestre, mentre sul lato posteriore vi è un bellissimo giardino all'italiana.
All'interno è ospitata la pinacoteca, di grande rilievo sono alcune pitture di Lorenzo Lotto: Visitazione (1530), Annunciazione, Madonna col Bambino e santi, San Francesco che riceve le stimmate (1526), San Gabriele, Annunciata (1526) e il suo capolavoro, Santa Lucia davanti a Pascasio (1531). Vi sono custodite, inoltre, epigrafi funerarie, terrecotte robbiane, vasi da farmacia e ceramiche.
Santa Maria delle Grazie
La chiesa di Santa Maria delle Grazie, del Quattrocento ma con il campanile del XVII secolo, custodisce all'interno l'immagine della Madonna della Misericordia, affresco attribuito ad Antonio da Fabriano.
San Nicolò
San Nicolò, chiesa del Duecento, ha abside romanica e portale gotico.
Le Grotte di Frasassi - Genga
La straordinaria bellezza del parco naturale di Frasassi e della Gola Rossa.
Per giungere a Genga, centro dell'entroterra anconetano, è sufficiente percorrere la A14, uscire ad Ancona Nord, quindi proseguire per la superstrada Ancona-Roma uscendo a Genga- Sassoferrato.
Ci si troverà di fronte un'angusta gola detta Gola di Frasassi. Ai piedi vi sorge Genga, centro turistico dove l'attrazione che più di ogni altra richiama visitatori è senza dubbio quella delle Grotte di Frasassi. Le Grotte costituiscono un complesso ipogeo definito come uno dei più belli al mondo. Il Gruppo speleologico CAI di Ancona le scoprì nel 1971 e già tre anni dopo si decise di aprire al pubblico quello che apparve da subito un tesoro di inestimabile valore, un'attrazione dal raro potere suggestivo. Negli anni, il percorso destinato ai visitatori è stato corretto e migliorato per accentuare, con i giusti accorgimenti scenografici, i colori e le forme delle concrezioni, stalattiti e stalagmiti, ma anche i naturali giochi d'acqua e le volte maestose. È possibile visitare le Grotte durante tutto l'anno, ad eccezione del 1° gennaio, 4 e 25 dicembre.
Frasassi fa parte, dal 1997, del Parco Naturale Regionale della Gola della Rossa e di Frasassi, la più grande area protetta regionale. Un viaggio nel Parco è un viaggio alla scoperta dei tesori storico-artistici, celati da paesaggi ricchi di fascino ed armonia, immersi in una natura integra e rigogliosa. Gli scenari naturali sono inseriti in un'area più vasta, quella della Comunità Montana dell'Esino-Frasassi e i comuni interessati dall'area del parco sono Arcevia, Fabriano, Genga e Serra San Quirico, centri dalle molteplici ricchezze storiche, archeologiche e culturali.
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