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Turismo in provincia: Avellino

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Stemma della provincia di Avellino Avellino
Informazioni turistiche per la città e per i comuni della provincia

Avellino: storia
Avellino: Luoghi d'interesse
I comuni della provincia


La Provincia di Avellino è una provincia della Campania di quasi 440 mila abitanti. Confina a nord-ovest con la Provincia di Benevento, a nord-est con la Puglia (Provincia di Foggia), a sud-est con la Basilicata (Provincia di Potenza), a sud con la Provincia di Salerno, a ovest con la Provincia di Napoli.

Avellino: storia

L'antica Abellinum, irpina situata tra Atripalda (a sud) e Mercogliano (a nord), fu conquistata dai romani nel 265 a.C., periodo delle guerre sannitiche. Nell'82 Silla dichiarò la città capoluogo della colonia Livia. In età medievale fu saccheggiata e distrutta dai Longobardi e dai Goti. Passata temporaneamente sotto il dominio dei Bizantini nel 969, fu poi occupata da Ottone I. L'arrivo dei Normanni pose Avellino al centro di importanti avvenimenti: nel 1130 Ruggero II ricevette nel Duomo l'investitura del regno di Sicilia; nel 1137 Innocenzo II e Lotario investirono del Regno di Puglia e li scacciò Rainulfo d'Alife, conte di Avellino. Il paese passò in seguito al conte Riccardo dell'Aquila, ai Paris, ai Sanseverino, a Simone di Montfort, ai Balzo e ai Filangieri de Candida o de Candia e fino a diventare feudo dei Caracciolo dal 1589 al 1844. Il nucleo originario si formò in prossimità dell'odierna Atripalda; dopo la sua distruzione da parte dei Longobardi, gli abitanti fondarono la nuova città di Avellino su uno sperone di tufo.
Lo sviluppo demografico e urbanistico fu piuttosto lento a causa di alcuni violenti terremoti e delle invasioni degli Aragonesi e Normanni. All'originaria borgata medievale, che circonda la piazza dove è ubicato il Duomo, si aggiunsero numerosi quartieri.
Il Santo patrono, che si festeggia il 14 febbraio è San Modestino.

Avellino: Luoghi d'interesse


La torre dell'orologio
L’attuale Piazza Amendola, al tempo dei Caracciolo l’importante Piazza Centrale, ridisegnata e risistemata dall’architetto-scultore Cosimo Fanzago, è dominata dalla Torre dell’Orologio, che ha sempre costituito l’elemento caratterizzante della città di Avellino.
La tradizione, raccolta dallo storico avellinese F. Scandone, vuole che essa sia stata edificata su una torre dell’antica cinta muraria o addirittura eretta sui resti di un antico campanile.
Costruita intorno al 1650, essa è stata spesso attribuita al Fanzago, (il Pescatori addirittura affermava che fosse "costruita di pianta su apposito disegno…") presente in Avellino alla metà del’600 come consigliere di Francesco Marino Caracciolo, per il suo perfetto inserimento nell’immagine della nuova città ridisegnata dall’artista bergamasco, ma tale attribuzione non è supportata da documenti certi.
Della torre, la cui costruzione in origine era a due piani, di cui quello superiore aperto, il Pescatori ci fornisce una attenta relazione tecnica scrivendo: "Tutta la Torre è alta 36 metri, ha un basamento a bugne riquadre; il primo ordine architettonico è toscano con trabeazione mista a dorico, in pietra dura oscura; l’ordine superiore è corintio, di tufo misto a mattoni".
La costruzione che fin dalle origini appartenne all’Università, fu gravemente danneggiata dai terremoti del 1668 e del 1742, ma i primi interventi si ebbero soltanto nel 1783 con l’utilizzo di denaro pubblico che dotarono la struttura di un nuovo macchinario per l’orologio: un orologio a campane e una "diana" da suonare soltanto in caso di pericolo.

L'edificio della Dogana
L’esistenza di una Dogana ad Avellino risale al X-XI secolo: una lettera del 1070 inviata dal duca di Napoli e dai consoli della stessa città al Vescovo di Benevento costituisce a tale proposito un valido documento. E anche se non si può stabilire con certezza che il palazzo della Dogana fosse collocato dove è attualmente situato, senza dubbio esso fu uno dei primi edifici della città di Avellino sviluppatasi intorno al castrum longobardo a seguito della distruzione della vecchia Abellinum.
La Dogana nacque, come le altre dello stesso periodo, per motivi prettamente fiscali e protezionistici rivelando presto la propria superiorità anche rispetto alle vicine dogane di Atripalda e di Serino. Tale superiorità derivava soprattutto dalla posizione strategica che essa occupava, trovandosi sulla strada che il grano proveniente dalla Puglia percorreva per arrivare a Napoli.
L’edificio della Dogana era molto probabilmente diviso in due zone, delle quali una era adibita a deposito delle merci e l’altra, che conferiva all’edificio anche il ruolo di forum, era destinata alla vita della cittadinanza.
Durante la tragica pestilenza del 1656,l’edificio della Dogana era caduto in uno stato di abbandono tale da richiamare la sensibilità del principe Francesco Marino Caracciolo, il quale ne commissionò il restauro al Fanzago.
Con i lavori di restauro iniziati nel 1668 liberando lo stabile da vecchie costruzioni che si addossavano ad esso, il Fanzago apportò un contributo straordinariamente attento e studiato alla disadorna facciata dell’immobile trasformandola in un elegante brano architettonico ornato di statue e di fregi, servendosi di una impaginazione sul piano a due dimensioni e utilizzando spregiudicatamente statue classiche e statue d’epoca.
Al piano inferiore l’artista collocò cinque lunette, ai lati dell’arco centrale due statue su alte mensole: una Diana a sinistra , un Efebo a destra.
Il piano superiore si componeva di cinque riquadri, simmetrici agli archi del piano sottostante: quello centrale, più profondo e più disadorno, conteneva una lastra di marmo con un’iscrizione in latino ancora in sito, che svolgeva la funzione di tramandare il restauro compiuto dal Fanzago. Gli altri riquadri erano, invece, più lavorati e ospitavano in nicchie circolari dei busti rappresentanti Augusto , Adriano, Pericle e Antonino Pio. Nei riquadri laterali, contenute nelle loro nicchie, vi erano a sinistra una statua acefala di Venere Anadiomene e a destra la statua di Francesco Marino Caracciolo in armatura cinquecentesca, probabile opera del Fanzago stesso.
Il piano superiore si completava apponendo alle estremità laterali dei riquadri due scudi araldici con le insegne delle famiglia Caracciolo-Rossi.
Infine l’attico presentava altri brani decorativi, disposti sempre in modo rigorosamente simmetrico tra cui emergevano soprattutto due statue: un Apollo e una Niobide provenienti dall’antica Abellinum.
Il disegno della facciata puntualissimo nei particolari, non è però minuzioso e si mantiene su larghe campiture che si accentuano solo negli episodi a tutto tondo: le statue nelle nicchie. E proprio nel posizionare tali statue, sia che fossero pezzi di spoglio oppure realizzate appositamente o ancora "trafugate" da altre committenze, il Fanzago rivela una grande capacità di controllare l’insieme sistemando in modo originalissimo avanzi di bottega accanto ad accurati dettagli come gli inattesi e straordinari anelli di ferro alla base dell’edificio trattenuti da quattro cilindri di pietra confluenti in grosse sfere dai quali si scioglieva una robusta catena che incorniciava l’edificio.
Infine, con un decorativismo tardo-manierista, l’architetto evita gli accentuati chiaro-scuri della plastica barocca e stende piani ricavati con delicata bicromia in un’ampia scala che si raccorda con il rimanente spazio urbano.
Dopo il terribile terremoto del 23 novembre 1980 ben poco è rimasto dell’arredo architettonico del Fanzago. Molti pezzi sono andati distrutti, altri grottescamente dispersi o vandalicamente trafugati.
Successivamente la struttura è stata segnata da un altro duro colpo: un violento incendio che ha risparmiato solo la facciata dell’edificio.
A testimoniare l’antico splendore restano soltanto i due leoni collocati ai lati dell’edificio, che sembrano malinconicamente rivendicare la singolarità di un edificio che stiamo perdendo insieme ad un pezzo fondamentale della storia della città.

Il Casino del Principe
A pochi metri dai ruderi del Castello, proseguendo il cammino che da Avellino conduce in Puglia, un edificio semidiroccato ed in fase di restauro, dopo essere stato per lunghi anni disabitato, racchiude seducenti pagine di storia.
Fino a non poco tempo fa la folta vegetazione soffocava quelle che furono onorate mura.
Le mura, le cui origini sono fatte risalire alla committenza di Camillo Caracciolo, furono gettate verso il 1591.
Il Casino del Principe sostituì il distrutto e sempre più fatiscente Castello di Porta Puglia.
Il Casino, sebbene si presentava come un elegante palazzo, fu costruito come luogo d’accesso al sontuoso Parco retrostante, ricco di alberi, piante e fiori esotici.
La fauna che viveva al suo interno consentiva una ricca ed una più abbondante cacciagione e la sua estensione arrivava fino a comprendere il territorio dell’attuale frazione Picarelli.
Recenti rinvenimenti hanno portato alla luce pregevoli elementi di fattura rinascimentale che, sebbene sottoposti sotto l’attuale livello stradale, sono chiaramente riconoscibili come elementi ornamentali di un luogo di residenza nobiliare.
La facciata uniforme conferisce al palazzo tratti di eleganza e sobrietà. L’edificio, che si sviluppa in due piani, conserva al piano terra quattro portoni in simmetria, i quali immettono ai locali terranei illuminati direttamente da altrettante aperture ogivali.
Al primo piano una serie di balconi in ferro battuto testimonia i pregi e la raffinatezza artistica di quello che fu il Casino principesco sin dalla sua origine.
Una fontana posta all’interno della corte, di forma semicircolare, reca motivi marini a forma di conchiglie. Il giardino, ricco di lussureggiante vegetazione nella collina retrostante, era raggiungibile da due porte poste accanto alla fonte.
Completano la costruzione due portono che servivano da accesso alle scuderie e ai depositi.
Dopo l’elevazione dal Palazzo del Largo, l’attuale palazzo della Provincia, nel 1761 il Casino di Porta Puglia fu adibito a pubblica locanda ove facevano sosta i viaggiatori.
In una descrizione lasciata da un noto viaggiatore della prima metà dell’Ottocento, Cesare Malpica, autore di numerosi reportages su luoghi e costumi dell’Italia del suo tempo, apparsa su "L’Omnibus Pittoresco" nel 1841, ci mostra il Casino del Principe adibito a "Grande Albergo mobiliato".
Anche altri documenti di alcuni decenni precedenti indicano tra la proprietà immobiliare del Principe di Avellino una "Taverna a Porta Puglia".
Qui le vetture provenienti da Napoli e dirette a Foggia, Bari e altre località pugliesi, facevano sosta ed i viaggiatori trovarono ristoro nelle ampie sale, reduci da spossanti viaggi in carrozze, alla guida delle quali sedevano i vetturini che abitavano proprio nei pressi.

Obelisco a Carlo II d'Asburgo
Descrivendo Avellino, il Pacichelli colloca quindi in primo piano la guglia di Carlo II posta vicino all'edificio della dogana.
Il monumento a Carlo II d’Asburgo, succeduto nel 1665 sul trono di Spagna al padre Filippo IV all’età di soli quattro anni, era attestato da una epigrafe andata distrutta nel 1799, prima collocata su uno dei lati del monumento, commissionato a Cosimo Fanzago dall’Università di Avellino intorno al 1668. Tuttavia non si può escludere dalla realizzazione dell’opera la partecipazione del principe Caracciolo, che aspirava al titolo di "Grande di Spagna" e voleva manifestare la sua devozione, schietta o calcolata che fosse, alla casa regnante.
E’ infatti molto probabile che il principe Francesco Marino Caracciolo abbia avuto l’idea di commissionare al Fanzago la guglia di Avellino, nell’intento di rinnovare la sua città, dopo aver assistito alla cerimonia di inaugurazione della guglia di San Gennaro a Napoli del Fanzago, iniziata nel1637, ma inaugurata solo negli anni ’60. Nella guglia di Avellino, chiaramente più piccola di quella napoletana per il diverso spazio in cui andava ad inserirsi, sono assenti le affollatissime decorazioni della guglia di San Gennaro in piazza Riario Sforza, concepita trenta anni prima, ma non mancano però, delle affinità con la parte superiore della guglia napoletana. Infatti è proprio della parte superiore della guglia di San Gennaro (1651 – 1660) che il Fanzago ripropose nel 1668 ad Avellino la schematizzazione, facendo in modo che l’articolazione restasse più esplicitamente denunciata dalla povertà della decorazione. La guglia di Avellino si concentra in due pezzi straordinari: il ritratto del piccolo Carlo II d’Asburgo nel momento in cui compiva sette anni (è questo il motivo per cui la statua è comunemente chiamata il "reuccio di bronzo) e l’autoritratto del Fanzago su un tondo in bronzo, posto sotto l’obelisco sormontato dalla statua del re bambino.
L’obelisco, distrutto parzialmente dal terremoto del 1732, fu ricomposto nel sito originario utilizzando gli elementi meglio conservati. Successivamente l’opera fu smontata per assegnarle una funzione di spartitraffico e fu poi risistemata al centro della piazza della Dogana.
Gli elementi seicenteschi rimasero pochissimi: i due rosoni bronzei del basamento, l’autoritratto del Fanzago e, in cima alla guglia, la statua del piccolo re. I due rosoni bronzei, in cui è scolpito a rilievo un fiore con delle foglie, si ricollegano ai rosoni modellati nel marmo e alle numerose "invenzioni" decorative caratteristiche dell’estro creativo del Fanzago e della sua lunga "pratica artigianale" svolta nella bottega dello zio, Pompeo Fanzago, indoratore di legni.
I due rosoni sono chiari elementi della sensibilità dell’artista di tradurre in un’ opera scultorea il gusto della teatralità e della festa barocca.
La statua del piccolo re è rappresentata, in cima alla guglia, in modo realistico: il re fanciullo è rappresentato nella sua vera età di sette anni, con l’abbigliamento sfarzoso che il suo titolo richiedeva. La sontuosità delle vesti non riesce, tuttavia, a nascondere le guance paffute e lo sguardo sorridente del bambino.
Nel concludere la sua opera, il Fanzago la firma apponendovi il medaglione con il suo autoritratto. Ad eccezione di lievissime aggiunte dovute all’impiego di materiale diverso, l’autoritratto in bronzo di Avellino è la copia esatta di quello in marmo della guglia di San Gennaro, nonostante tra i due vi siano almeno otto anni di distanza; uguale risulta il profilo attempato dell’artista, uguale l’espressione energica del viso, così come uguali sono i particolari dei baffi arricciati, dell’ampia fronte calva e dei lunghi capelli.
Purtroppo non è facile oggi immaginare quale fosse l’originario intendimento architettonico del Fanzago a causa delle vicissitudini subite nel tempo dall’opera. Non sembra fuori luogo supporre, soprattutto considerando la posizione della guglia, in ideale collegamento con il palazzo della Dogana e con la Torre dell’Orologio, che l’opera abbia avuto in origine una composizione architettonica molto diversa. Per quanto riguarda, infatti, il basamento dell’opera, anche volendo accettare come originale la prima base di pianta ottagona, risultano del tutto fuori scala le successive, specie quella che si adorna dell’autoritratto e dei rosoni che dovevano essere meno elementari e più imponenti nel rispetto di una necessaria armonia fra i vari elementi architettonici. Dopo tante dolorose vicende, la guglia fanzaghiana, "poderosa macchina da festa di connotazione decisamente celebrativa da un lato, dall’altro eclatante segno urbano", è rimasta isolata, senza svolgere più nessun ruolo di raccordo se non quello di rappresentare un "alto" punto di vista capace di osservare la rovina e il degrado in cui versa attualmente la piazza.

Palazzo Balestrieri
Il palazzo, che sorge in un contesto urbanistico degno di nota, costituisce uno dei segni emergenti di piazza Amendola su cui affaccia il suo prospetto principale scandito da bei balconi arricchiti da cornici di stucco di gusto neo-rinascimentale.
L’ingresso del palazzo, la cui costruzione risale alla seconda metà del XVIII secolo, è collocato in Via Duomo dove un grande e nobile portale sottolinea l’importanza architettonica e storica del fabbricato sito nelle immediate vicinanze dei punti più qualificanti della vecchia città: il Duomo, il Palazzo della Dogana, l’obelisco con il "reuccio" fanzaghiano e la Torre dell’Orologio.
L’immobile si presenta con un corpo di fabbrica a tre livelli, un piano terra e un sottotetto ed insiste su un’area ad L tra piazza Amendola, via Duomo e la salita dell’Orologio. Tutti i prospetti, leggibili dalle strade perimetrali dell’edificio, sono scanditi da balconi e stucchi, aggetti in pietra calcarea chiara e marcapiani in stucco che ne sottolineano ulteriormente la facciata.
Il terzo livello è costituito da un cornicione aggettante al di sopra del quale si sviluppa l’ultimo piano chiaramente realizzato in epoca successiva.
Il palazzo apparteneva dal 1752 alla famiglia Barecchia, come testimonia la scritta che si trova all’interno del primo basso su via Duomo; B B A 1793: Bartolomeo Barecchia Anno 1793, a testimonianza probabilmente di una serie di lavori di trasformazione dell’edificio.
Nel 1836 la famiglia Barecchia subiva il pignoramento di tutti i suoi beni che furono venduti all’asta. Inizialmente una parte del fabbricato fu acquistata da Domenico Antonio Balestrieri che qualche anno dopo lo acquistò per intero; nel 1885 Nicola Balestrieri ereditava, infatti, tutto l’edificio. Di qui il nome di uno dei più bei palazzi del centro storico che funge da impareggiabile quinta scenografica a piazza Amendola e costituisce con il vicino Palazzo Greco una delle cortine che fiancheggiano la salita a piazza Duomo, centro nevralgico dell’insediamento longobardo.
Il fabbricato, più volte rimaneggiato, fu restaurato e ampliato nel 1751 e ulteriormente trasformato nel 1809 su progetto dell’ingegnere Giosuè Tango che vi costruì una nuova scalinata d’accesso agli appartamenti superiori e ne ridusse l’originario ingresso. Successivamente nel 1815 il prospetto su piazza Centrale (l’attuale piazza Amendola) fu privato di un ricco stemma in gesso e di stucchi che disegnavano finte finestre per rendere più simmetrica la facciata. v Nel 1885 Nicola Balestrieri conferì alle facciate dell’immobile l’aspetto neo-rinascimentale che ancora oggi conservano.

Palazzo Cucciniello
Palazzo Cucciniello ha una posizione caratteristica e singolare proprio accanto alla Torre dell’Orologio, che insiste infatti sul suo giardino pensile ed accanto a tutte le altre strutture che si innalzano sulla collina della Terra, strette una all’altra e digradanti verso la piazza Centrale (attualmente piazza Amendola) di cui costituiscono uno scorcio prospettico di grande effetto per chi guarda da piazza Libertà.
I suoi prospetti principali sono semplici e lineari, quasi dimessi; uno affaccia sulla piazza e l’altro su Salita Orologio. In quest’ultimo lato dell’edificio era sito, molto probabilmente, l’antico convento dei Benedettini, la cui individuazione ha appassionato, tormentato e contrapposto tutti gli studiosi della storia della città.
Al convento si accedeva infatti da un ingresso principale sito in vicolo Benedettini e da un ingresso secondario che dava sulla stradina detta Porta.
Da tale ingresso si accedeva anche al Cimitero del Convento che doveva trovarsi in un locale sotterraneo dell’edificio, dove nel corso degli scavi effettuati nel 1966 sono stati rinvenuti degli scheletri disposti uno di fronte all’altro, secondo l’abitudine delle comunità monastiche.
Col tempo l’intera proprietà passò a dei privati cittadini ed il Comune acquistò il diritto di passaggio per provvedere alla manutenzione dell’orologio della Torre.
Poiché l’intero complesso si svolgeva su più livelli ed era servito da vari ingressi, finì col frazionarsi in seguito ad atti di successione ed operazioni di vendita. L’edifico, che era in un primo momento di proprietà dei Galasso, passò poi nel 1884 agli eredi del Canonico Pietro Vincenzo Del Gaudio e dopo alterne e complesse vicende notarili, nel 1896 andò a Raffaele Cucciniello.
Il palazzo, che ha senz’altro subito nel corso degli anni qualche inevitabile alterazione, è stato sottoposto alla tutela della Soprintendenza ai B.A.A.A.S. ed accuratamente restaurato dopo il terremoto del 23 novembre del 1980.
Esso continua così a fare da sfondo alla Torre dell’Orologio e a mettere in evidenza, nel groviglio delle costruzioni circostanti, il suo piano più alto dove c’è un’ampia terrazza cinta da una balaustra in ferro battuto e piccole colonne di pietra. Terrazza che è stata sempre una delle note particolari dell’edificio e che troviamo ampiamente descritta in una perizia del 1892: "loggiato con piano a quadroni di argilla con ringhiera nel fronte ed a finestra tramezzata da tre colonne di pietra concia e soglia calcarea fra queste ove la ringhiera poggia".

Palazzo De Peruta
La storia di Palazzo De Peruta é intimamente legata alla storia municipale di Avellino.
La sede municipale, prima di approdare nell'elegante e decoroso edificio di via Irpinia, l'attuale via Mancini, ha alle sue spalle una storia travagliata: dalle prime adunanze del parlamento cittadino tenute nel Duomo o sul suo sagrato, come si legge in alcuni documenti del primo '500, alla sede di via Strettole della Corte dei secoli seguenti.
Alcuni lavori eseguiti nei primi decenni dell'ottocento fanno trasferire la sede municipale nel palazzo della famiglia Visconti a Piazza Centrale. Soltanto dopo l'unità d'Italia gli amministratori comunali dell'epoca si fanno carico di dotare Avellino di un nuovo e funzionale palazzo civico.
Abbandonati i progetti dei vari architetti, Biancardi, De Maio e Iandoli e le relative soluzioni di far nascere il Municipio in piazza Libertà, finalmente nel 1884 l'amministrazione comunale riesce ad avere una degna sede nel palazzo De Peruta.
Prima di diventare Municipio, il Palazzo De Peruta ha fatto parlare di sé per lungo tempo nelle aule consiliari della Provincia e del Comune.
Il Palazzo edificato dal sig. Nicola De Peruta viene dapprima acquistato per la somma di £ 92.500 dall'Amministrazione provinciale per la sede del Comando dei Carabinieri, acquartierata nel vecchio convento di S. Generoso, e poi scambiato con il Comune con la proprietà di un padiglione al Corso Vittorio Emanuele (sede dei Carabinieri fino al terremoto del 1980).
Nell'anno 1884, raggiunto l'accordo tra i due enti, vediamo il Comune amministrato dal Regio Commissario Virgilio Rambelli a seguito di una crisi precedente.
Le elezioni del 15 giugno 1884 ricompongono l'amministrazione elettiva, e la prima giunta è composta dagli assessori Bruno Staglianò, Giovanni Trevisani, Salvatore Criscuolo, Pasquale Urciuoli, Pasquale Piciocchi e Domenico Bernabò.
L'anno dopo l'avv. Giovanni Trevisani è nominato Sindaco di Avellino.
Il periodo a cavallo tra i due secoli vede protagonisti con schermaglie dialettiche e accesi interventi dialettici Giovanni Soldi, Francesco Villani, Michele Capozzi, Giovanni Trevisani, Carmine Barone, mentre Alfonso Rubilli e Alfredo de Marsico, protagonisti di numerosi e appassionanti processi che strappavano scroscianti applausi, anche in consiglio comunale, sfoggiavano la loro arte oratoria.

Il convitto Pietro Colletta
Il grande cancello in ferro battuto, la "passeggiata" che costeggia i due lati del giardino, l'ingresso imponente con la duplice scalinata.
Ventiquattro gradini in marmo che risalgono la storia dell'Irpinia.
E che ci portano al Convitto Nazionale "Pietro Colletta"di Avellino....
Ad accoglierci la rotonda, quella rotonda tanto cara ai nomi eccellenti che nel Convitto coltivarono la loro passione per lo studio.
Ah, se quelle pareti potessero parlare.
Quante storie avrebbero da raccontare, quanti aneddoti, quanti ricordi. Forse qualcuno ci avrà provato. Forse qualcuno si sarà messo lì una, volta, in mezzo alla grande rotonda, ed avrà ascoltato la voce della storia parlare convinta.
Ed avrà visto o sentito i corpi e le voci di tanta parte della cultura irpina: De Sanctis, Cocchia, La Penna, Troisi, Maccanico, Cannaviello, Soldi, Marinari. Tutti giovani; tutti studenti; tutti non ancora consapevoli del loro grande futuro.
A raccontare la storia del Convitto non sono solo gli innumerevoli scritti sull'argomento.
A parlare sono anche le pareti, le tante commemorative, le 12 colonne purissime nello stile che disegnano maestose la rotonda, la secolare magnolia che troneggia con i suoi rami nel giardino principale.
"Suggestivo fin dalla nascita questo nostro Ateneo dall'imponente mole dell'edificio, esposto a mezzogiorno in fondo alla "Strada dei pioppi" l'odierno Corso Vittorio Emanuele, col vestibolo che ha la forma di un tempio greco per il suo colonnato e la maestosa cupola, con l'antistante giardino tutto fiori nella bella stagione, con in mezzo la secolare verde magnolia da una parte e dall'altra il busto in bronzo di Francesco de Sanctis, erettovi nel 1917, centenario della nascita : così il professore Vincenzo Cannaviello, che del Convitto fu allievo prima e docente poi. Ma di nomi illustri, il Convitto nazionale ce ne ha regalati tanti. Antonio La Penna, Attilio Marinari, Dante della Terza, Giovanni Barra, Dante Troisi, Enrico Cocchia, Antonio Maccanico, Nicola Mancino.
Nomi celebri, storie illustri, vite esemplari per uomini che hanno scritto pagine alte della nostra provincia. ex alunni d'oro, dunque. Come non ricordare l'esempio di Enrico Cocchia, filologo classico, grande uomo di cultura, che lasciò i banchi del liceo-convitto con una media eccellente. O il "trio" Maccanico - Marinari - La Penna, compagni di Classe, tutti brillanti negli studi.
La storia dell'intellighenzia irpina è tutta lì.
Inaugurato il primo dicembre 1831 , il "Real Collegio" si avviava a divenire il nuovo polo della cultura in provincia.
Undici anni di lavori , ben tre differenti progettisti (Oberati, De Fabio, Ferenti), quattro piani di costruzione, oltre 150 aule, circa 70 mila ducati di spesa: il Convitto nazionale ha tutti i numeri per essere vero e proprio "monumento" cittadino.
È stata la sua antica meridiana a scandire il correre veloce del tempo per le genti irpine. ?stata la sua limpida facciata, testimone silente di tanti episodi passati. Come quando il Convitto, assist?inerme, ad uno "scempio" dovuto alla guerra. "esaurendosi i nostri mezzi, poiché il bronzo dei monumenti, il rame degli utensili di cucina, il ferro dei cancelli, i rimasugli di metallo, i chiodi arrugginiti, tutto si portava ai forni per ridurlo a necessari proiettili bellici , a tal uso servì pure il cancello all'ingresso del nostro liceo-Convitto, che fu per tutta la sua lunghezza sostituito da un parapetto di mattoni": come ricorda ancora il professore Cannaviello.

Palazzo Carulli
Mai cumuli di macerie, come quelli di palazzo Carulli, sito al Corso Vittorio Emanuele di Avellino, hanno fatto tanto scalpore nell’opinione pubblica per tanto tempo. Sicuramente, in avvenire,l’argomento non mancherà di suscitare nuovi e più accesi interventi. Sulla legittimità della demolizione si è fin troppo discusso a pro e contro. Quello che preme in queste righe mira a far luce, sulla scorta di documenti autentici, sulla storia del palazzo e sulle tante vicende che si sono accompagnate durante l’arco della sua lunga vita. Sulla costruzione sono state fornite molte date: primo Ottocento, secondo Ottocento, 1904 ed, infine, 1920. Una specie di tombolata natalizia. L’argomento, così come dibattuto, meritava un serio approfondimento, e per questo ci siamo portati presso l’Archivio di Stato di Via Serafino Soldi ove sono conservati i fondi archivistici indispensabili alla memoria della città: gli atti notarili. Una prima sorpresa è venuta nell’apprendere la remota origine del palazzo, contrariamente a quanto sinora affermato. Con la complicità di un notaio del secolo scorso, il notaio Vincenzo Galasso, abbiamo scoperto che in data 6 maggio 1806, pochi giorni prima che Avellino fosse elevata a capoluogo di provincia da Giuseppe Bonaparte, si presentarono nello studio di un altro notaio, Don Giosuè Tango, il "gentiluomo" Don Sebastiano Padula e Don Saverio Marotta (1763-1832), per procedere alla stipula dell’atto relativo alla vendita di un giardino da parte del Padula a favore del Marotta. Don Saverio Marotta all’epoca è proprietario di una accorsata locanda, capace di ospitare molti viaggiatori in transito per Avellino. Il giardino gli occorre per ampliare il suo stallone ove trovano riparo carrozze e traini dei vaticali di passaggio.
Alcuni decenni dopo gli eredi Padula vendono a Don Nicola Tecce la loro "casa palaziata" ed il giardino di cui sopra. Don Nicola Tecce, dopo il 1853, eleva "nuove fabbriche" tanto sul cortile quanto sul giardino, ed il modesto palazzo Padula assume l’aspetto di un palazzo della buona borghesia del tempo. Questo palazzo conservava la sua facciata nello stile neoclassico e si pone nel periodo architettonico avellinese nel quale prevale il colonnato. Esempio di questa architettura è presente all’interno del Convitto Nazionale e nella facciata dell’ingresso monumentale del Cimitero. Entrambe queste opere portano la firma dell’Ingegnere Luigi Oberty (1790-1874), attivo in Avellino negli anni 1817-1822. Il palazzo conservava un ampio androne coperto con il soffitto decorato da stucchi colorati ed è stato uno dei palazzi più espressivi della buona borghesia ed imprenditoria avellinese del tardo Ottocento. Il pregio del manufatto, sebbene limitato nei motivi architettonici ha avuto il suo valore nell’ambiente intero del Corso il quale è collegato allo sviluppo edilizio della città moderna, disegnata da Oberty e dagli altri ingegneri del Corpo Ponti e Strade che hanno operato durante il Decennio francese e la Restaurazione Borbonica ai quali si deve anche la progettazione e la cotsruzione del citato Carcere Borbonico e del Real Collegio e Orto Botanico. Il palazzo, oltre al piano terra, conta già due piani superiori. Il Corso, in questo periodo segna lo status symbol della nuova classe emergente, a cavallo tra la decadenza borbonica e l’incipiente unità nazionale, per cui le aree fabbricabili sono molto ricercate. Nel 1861 si ha un nuovo cambiamento nella proprietà che fu di Don Sebastiano Padula. Don Matteo Tecce, unitamente alle sorelle Luisa e Concetta e alla madre Donna Fulvia Laudisio, rispetttivamente figli e moglie del defunto Don Nicola Tecce, si incontrarono presso un altro notaio, Don Vincenzo Tango, per stipulare l’atto di vendita del loro palazzo composto da "quattro appartamenti, due al primo piano e due al secondo piano, diversi magazzini interni ed esterni e cantina". Al palazzo si accede mediante un "portone con volta di travertino". Il palazzo confina con la suddetta strada Pioppi, il giardino del Real Collegio (Convitto Colletta) ed il casamento degli eredi Marotta. I signori Tecce il 10 ottobre 1861 vendono al "gentiluomo" Don Alfonso Carulli, il quale si è portato nel palazzo gentilizio dei Tecce a San Potito per procedere all’acquisto del nobile palazzo del Viale dei Pioppi, non ancora intitolato al "Re Galantuomo", per il prezzo concordato di ducati 7100 che resteranno in mano all’acquirente per cinque anni, fino a quando il palazzo non sarà liberato dalle ipoteche che vi gravitano sopra. La storia di palazzo Carulli riserva altri colpi di scena. Il giorno 28 dicembre 1869 nello studio dello stesso notaio Tango è nuovamente presente Don Alfonso Carulli e l’industriale inglese Giuseppe Turner, l’imprenditore tessile che da anni opera nelle filande di Atripalda. Il Carulli questa volta è nelle vesti di venditore, mentre l’"anglo - irpino" Turner in quella di compratore. Dopo l’acquisto dagli eredi Tecce, Don Alfonso Carulli ha "restaurato e migliorato" il palazzo. Il prezzo pattuito, compreso il giardino, è stato fissato in lire 40 mila. Ma la somma non sarà intascata dal sig. Carulli bensì dai numerosi creditori indicati dallo stesso Carulli al Turner e ciò in seguito al "giudizio di purga" tenuto nel Tribunale di Avellino. Il 10 gennaio 1870 sul giornale del capoluogo "l’Eco Irpino" appare l’avviso col quale si apre il giudizio di graduazione dei creditori di Alfonso Carulli e degli eredi Tecce. Sicuramente le vecchie ipoteche dei Tecce non sono state cancellate nel periodo quinquennale fissato nella vendita del 1861. Due decenni dopo, al censimento generale della popolazione, il palazzo è occupato ancora dall’industriale Turner. Ma la famiglia Carulli riesce a reintegrare l’originaria proprietà. Sarà sicuramente il matrimonio contratto da Alfonso Carulli con Michelina Salvi, figlia della nota dinastia del "ferro" di Atripalda a raddrizzare le sorti del contestato palazzo. Nel corso del Novecento il palazzo vedrà la numerosa famiglia di Luigi Carulli e Michela Testa ed i loro 13 figli abitare il palazzo che sarà ulteriormente migliorato nelle fabbriche. L’ultimogenito Oreste, notaio stimato, Vice Podestà di Avellino negli anni ‘30, e suo figlio Alfonso, funzionario di banca e Assessore comunale negli anni ‘60, saranno gli ultimi inquilini del palazzo. Il resto viene sepolto dalle macerie che ingombrano ora il Corso di Avellino.

La cappella del tesoro di San Modestino
Nella mattinata del giorno 14 febbraio 1993 fu tenuto nel Duomo di Avellino un solenne pontificale in onore di San Modestino, Vescovo e Martire, e dei Santi Flaviano e Fiorentino, primi martiri d’Irpinia.
Il pontificale celebrato dal Vescovo Mons. Gerardo Pierro, assunse un significato particolare in quanto, quella stessa mattina, la solennità della festa del Santo Patrono vedeva la riapertura della Cappella del Tesoro di San Modestino, chiusa da alcuni anni per urgenti lavori di restauro.
Alla Cappella di San Modestino sono legate luminose pagine della storia civica e religiosa di Avellino.
All’interno del Duomo la navata sinistra raccoglie un artistico e sacro luogo destinato a custodire quanto di più prezioso conserva il nostro Duomo quale segno di venerazione e devozione mostrate dalla città intera e dei suoi abitanti unitamente ai capi spirituali e amministratori civici.
La recente apertura della Cappella di San Modestino ha consentito alla città di rituffarsi in un lungo periodo di fasto e di splendore tutto barocco. Risale, infatti, al 1653, l’affidamento all’Università (Comune) dello ius-patronato sulla Cappella di San Modestino.
Tra i molteplici interventi operati negli abbellimenti e nei restauri della Cappella il più indicativo per la vastità dei lavori e per il valore artistico profusi è stato quello del 1697 che vede la presenza in Avellino di Giovan Battista Nauclerio, la cui formazione è avvenuta accanto al Vaccaro, al Sanfelice e a Francesco Solimena.
Oltre al Nauclerio, in questi anni di fine XVII secolo, si portarono nel Duomo di Avellino ad abbellire la Cappella di San Modestino numerosi altri artisti e artigiani, già affermati a Napoli.
Nella "Rassegna Storica Irpina" del 1990 (n?1-2), l’Architetto Luigi Guerriero ha svolto una egregia ricerca sulla presenza del Nauclerio nei lavori eseguiti negli ultimi anni del ‘600 nella Cappella del Tesoro della Cattedrale di Avellino. Lo studio ha utilizzato, tra le altre, fonti archivistiche dei notai di Napoli e dell’Archivio Storico del Banco di Napoli.
I documenti, tutti inediti, consultati dal Guerriero hanno confermato la preziosità del lavori apportati nella Cappella. L’intervento di abbellimento e di restauro si rendeva necessario a seguito dei danni causati dal terremoto del 5 giugno 1688. Già da un trentennio prima del terremoto del 1688 l’Università di Avellino si era adoperata per riparare la Cappella di San Modestino la quale, così come l’intera Cattedrale, versava in condizioni miserevoli. I governanti cittadini nel 1653 avevano ottenuto il regio assenso per tali lavori che prevedevano anche la costruzione di un luogo idoneo nel quale si "debiano venerare le Sante Reliquie tanto di detto Glorioso Santo Modestino quanto d’altri Santi". Ma l’infuriar della terribile peste di pochi anni dopo (1656), ed il terremoto del 1688 fanno passare l’intervento come di secondaria importanza per cui bisogna attendere l’anno 1697 quando il Sindaco della città, Ludovico Amoretti, incarica numerosi artisti di Napoli ad occuparsi dei lavori nella Cappella di San Modestino. Il progetto generale è affidato all’Architetto G.B. Nauclerio, già noto per numerosi e validi lavori eseguiti nelle principali chiese di Napoli. Gian Battista Nauclerio progettò, su commissione degli amministratori pubblici, la trasformazione della Cappella con lavori all’altare, al pavimento, alla cancellata e ad altri interventi nelle vetrate, e nell’inferriata della finestra sopra la cona della Cappella. Il progetto firmato dall’Architetto Nauclerio vede la partecipazione ai lavori di numerosi artisti e artigiani di provata bravura. Da Napoli veniva il "marmoraro" Ferdinando de Ferdinando il quale si occupò dei marmi per l’altare maggiore e della balaustra, oltre che dei puttini e delle teste dei cherubini poste al di sopra della cona. Il "marmoraro" napoletano realizzò anche la lapide che la civica amministrazione volle apporre all’ingresso della Cappella e che il De Franchi ha riportato nella sua opera, Avellino Illustrata da’ Santi e da’ Santuari, edita a Napoli nel 1709. La lapide portava incisa la seguente dedica:
Divo Modestino Sacellum Terreamotu concussum, Damnis in lucra cedentibus Aere publico, ampliori Cultu,, Tutelari Suo Cives PP Anno 1697.
Tra gli artefici dei lavori alla Cappella di San Modestino eseguiti in quell’anno figurano ancora lo stuccatore Domenico Martiniello, il "riggiolaro" Francesco Anastasio, il "mastro ferraro" Antonio de Martino, il "vetraro" Pietro Piricopi ed il suo collega Agostino Maiello, i quali si occuparono delle vetrate delle finestre. Quella principale, eseguita dal Piricopi, fu disegnata direttamente dall’Architetto Nauclerio e rappresentava una splendida coda di pavone aperta a raggiera. Il Maiello, invece, lavorò ai vetri delle sei finestre aperte nel tamburo della cupola della Cappella del Tesoro. Ad affiancare l’opera di tanti artisti interverranno anche altri provetti artigiani già impegnati in varie località del Regno. Al "mastro ottonaro" l’Università cittadina, rappresentata dal Sindaco Ludovico Amoretti e dagli Eletti Marco Antonio Rosso e Francesco Bellabona, commissiona la decorazione in ottone della cancellata della Cappella il cui disegno è affidato alla matita del Nauclerio. Tra gli artigiani che prendono parte ai lavori figura anche l’intagliatore avellinese Domenico Cesa, artefice dei due armadi per custodire le "Sante Reliquie". Il legno da adoperare dev’essere di "castagno" per gli armadi, mentre per i fregi e gli intagli sarà utilizzato "legname de teglie" e di "chioppo di Cervinara". Il citato De Franchi, il quale descrive la Chiesa Cattedrale a pochi anni dagli interventi del 1697, nota come nella Cappella del Tesoro si conservano dodici statue di "gran Santi", fatte da abili argentieri. Le statue in argento dei Santi Modestino, Fiorentino e Flaviano, nonchè quelle di San Lorenzo martire e San Gennaro, vescovo e martire, erano state realizzate nel 1673. Uno dei più noti argentieri di Napoli, Biagio Guariniello, al quale va anche l’esecuzione del reliquario della S. Spina del Duomo di Avellino nel 1701, operò nella realizzazione di molte statue d’argento, alcune su modello e disegno di Lorenzo Vaccaro, consegnate per la Cappella del Tesoro della Cattedrale di Avellino. Molte di queste statue d’argento furono trafugate dai francesi nel 1799. Tra queste anche un Busto di Sant’Apollonia, eseguito dal Guariniello del 1701. Accanto al Guariniello furono attivi nella Cappella due argentieri napoletani di grande valore: Giovan Angelo Scognamiglio, autore delle urne contenenti le reliquie dei Santi Bartolomeo e Mattia, mentre un’altra urna conteneva quelle di S.Oronzio. A Giovan Battista Ghedini, infine, intagliatore di buona fattura, fu commissionata l’esecuzione del reliquario a forma d’angelo contenente una reliquia del Beato Andrea d’Avellino. Tutti questi artisti furono chiamati a rendere bella e magnificente la Cappella del Santo Patrono al quale gli avellinesi non mancavano di tributare culto e devozione, specialmente nella fastosa processione. La festività di San Modestino nei secoli scorsi rappresentava un momento di intensa fede vissuta. Essa si celebrava il 10 giugno, a ricordo della traslazione del Corpo del santo che nell’anno 1166 fu portato dal vescovo Guglielmo, unitamente alle reliquie dei santi Flaviano e Fiorentino, nel Duomo. La data del 10 giugno fu scelta anche per celebrare il sinodo diocesano e una importante fiera aveva luogo nello stesso giorno, la quale è stata tenuta in vita sino al secolo scorso. Sempre nella medesima giornata una grandiosa e solenne processione si snodava per le vie cittadine per accompagnare il busto del Santo Patrono e di altri Santi dal Duomo alla chiesa di San Carlo sita in piazza Libertà. La processione si apriva con in testa al corteo gli archibugieri civici e i membri delle dodici Confraternite. Il Sarro ricorda gli ordini religiosi presenti in Avellino: i Conventuali, i Cappuccini, i Camaldolesi, i Fatebenefratelli, i Verginiani e gli Agostiniani, tutti al seguito del Santo unitamente al Vescovo e al Sindaco. Dopo la veglia notturna nella chiesa di S.Carlo le statue venivano nuovamente riportate nella Cattedrale tra le luminarie e lo sparo di fuochi artificiali. Nei lavori intrapresi dal Vescovo Francesco Gallo (1855-1896) agli inizi dell’anno 1857, durante i quali si ebbe la composizione della nuova facciata in stile neoclassico su disegno dell’Architetto Pasquale Cordola, anche la Cappella, collocata nel transetto sinistro, fu trasformata in più punti, fino ad assumere, dopo gli ultimi lavori di questi anni, terminati nel 1993, a pochi giorni dalla partenza di Mons. Gerardo Pierro alla sede arcivescovile di Salerno, il nuovo aspetto che oggi può essere ammirato dal pio visitatore che vi si accosta. Nella Cappella sono conservati numerosi arredi, oggetti e paramenti sacri di grande valore confluiti nel Tesoro del Duomo a seguito della liberalità e munificenza di numerosi Vescovi di Avellino degli ultimi secoli. Nella iconografia avellinese San Modestino, oltre che nel busto argenteo realizzato dall’argentiero napoletano Biagio Guariniello su disegno di Lorenzo Vaccaro, si ricorda la statua marmorea posta nella nicchia sinistra della facciata del Duomo durante i lavori di restauro voluti da Mons. Giacchino Pedicini. Nelle pitture del Duomo e della Cripta esistono, poi, alcune immagini di San Modestino e Compagni dovute al pennello di Angelo Maria Ricciardi, eseguiti all’inizio del Settecento, mentre Achille Iovine ha rappresentato S.Modestino nelle pitture eseguite nella volta del Duomo durante l’episcopato di Mons. Gallo, negli ultimi anni dell’Ottocento. Completamente distrutta, invece, la tela settecentesca eseguita nel 1697 dall’allievo di Luca Giordano, Giuseppe Simonelli, al quale il barone Francesco Antonio Amoretti, fratello di Ludovico, Sindaco in carica in quell’anno, commissionò la tela raffigurante i Santi Modestino, Flaviano e Fiorentino, collocata nella cona dell’altare della Cappella del Duomo.

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