NuoroInformazioni turistiche per la città e per i comuni della provincia
Cenni storici
Da visitare a Nuoro
I comuni della provincia
La provincia di Nuoro (in sardo Provìntzia de Nùgoro) è una provincia della Sardegna. Affacciata a est sul Mar Tirreno, confina:
a nord con le province di Sassari e di Olbia-Tempio,
a ovest con la provincia di Oristano,
a sud con le province di Cagliari e dell'Ogliastra.
Cenni storici
L'età del rame e la civiltà nuragica
Il nuraghe Tanca MannaI più antichi insediamenti di tipo "urbano" presenti a Nuoro si trovano presso il nuraghe Tanca Manna, dove sorgono resti di abitazioni di un villaggio prenuragico del 2000 a.C. costituito da circa 800 capanne, rilevate agli infrarossi, in un insediamento dell’estensione di oltre 2 ettari. Alcune di queste capanne presentano ancora l'originario pavimento costituito da un battuto di argilla e sughero molto idoneo per l'isolamento termico. Questo insediamento prenuragico fa di Nuoro uno dei centri di tipo urbano più antichi della Sardegna e d'Italia. Nelle vicinanze del sito sorgono sepolture scavate nella roccia, dette Domus De Janas, di periodo precedente. Alcune di queste sono state distrutte per la cavazione del granito. Sono stati inoltre trovati frammenti di ceramiche della cultura di Ozieri risalenti al 3500 a.C.. Presso le alture vicine alla città a "Sedda Ortai" nel Monte Ortobene sono presenti tracce di muratura di una fortificazione verosimilmente dell'età del Rame.
La civiltà nuragica, a partire dal 1500 a.C. e fino all’invasione romana, ha lasciato una forte impronta nella storia di Nuoro come dimostrano i numerosissimi nuraghi presenti nella zona, i quali coronano tutti i colli della città risultando ormai inglobati nel tessuto urbano (nuraghi Tanca Manna, Ugolio, Biscollai) o collocati nelle periferie (Corte, Tigologoe, Tèrtilo, Tres Nuraghes, Gabutèle), spesso accompagnati da tombe dei giganti o da villagi nuragici, per lo più ancora da scavare. Alcuni di questi nuraghi sono assai rilevanti per la complessità costruttiva legata anche al culto delle acque (nuraghe Nurdole e nuraghe Noddule) e per il ritrovamento di oggettistica che segnala il passaggio in zona dei commerci mediterranei dell'epoca (ad esempio un piccolo leone bronzeo di probabile fattura etrusca o perle di ambra baltica provenienti dal nuraghe Nurdole).
L'età romana
Dagli ultimi studi sull’età romana risulta che gli abitanti della zona si rifugiarono prima nei pressi del vicino Monte Ortobene e, solo successivamente, si sarebbero spostati più a valle e stabiliti nella zona in cui sorse il più antico rione di Nuoro: Seuna. La penetrazione romana fu di grande efficacia come testimoniato sia dalla parlata del Nuorese, la lingua romanza più fedele al latino, sia dallo scavo, nelle campagne della vicina Orune, di una importante cittadella romana di tardo periodo imperiale e successivamente bizantino, chiamata Sant’Efis, dal nome della chiesa seicentesca che sorge nelle immediate vicinanze. Dagli scavi in corso la cittadella risulta essere estesa su circa 3 ettari e stanno venendo alla luce importantissime testimonianze che confermano la vitalità degli insediamenti urbani lungo la strada romana Olbia-Cagliari "aliud iter ab Ulbia Caralis". Tra gli altri ritrovamenti è di notevole pregio un manufatto vitreo che raffigura i Santi Pietro e Paolo. A Nuoro sono invece presenti scarsi resti, tra cui le tracce di sepolture romane con copertura in terracotta nella località di Ugolìo.
Dal Medioevo al seicento
Alla fine dell’impero romano Plinio il Vecchio menziona i celeberrimi popoli Ilienses situati nella Sardegna centrale per la particolare bellicosità. Tra questi nella zona tra Nuoro e Orotelli erano situati i "Nurritani". Nell’età vandalica e bizantina si inizia a parlare dei "Barbaricini" per le testimonianze dirette di Procopio e di Gregorio Magno, sensibile oltre che agli aspetti religiosi anche alle tristi condizioni dei sudditi di Sardegna, Sicilia e Corsica oppressi dalla fiscalità bizantina che spesso costringeva le popolazioni a vendere figli e familiari ai barbari (Longobardi) per pagare le tasse.
Papa Gregorio I (590-604) con 39 lettere ricostruisce il quadro politico e religioso di "due Sardegne diverse": una oramai romanizzata, cristianizzata e bizantina (quella dei Provinciales) esposta all'incursione degli Ostrogoti di re Totila e una interna, costituita da aggregati cantonali, con forte identità culturale ed etnica, di religione "idolatra e pagana", la Gens Barbaricina governata dal carismatico "Dux" Hospiton con sede nella allora Ollolay, coinvolta, quest'ultima, in una vicenda di resistenza bellica nei confronti delle forze armate imperiali bizantine agli ordini del "Dux Sardiniae" Zabardas.
Nell’estate del 594 si conclude una pace onorifica tra Bizantini e Barbaricini che prevede tra le varie clausole diplomatiche la conversione al Cristianesimo di questi ultimi ed il probabile riconoscimento ad Hospiton (di cui si esaltano il carisma e le virtù cristiane) delle insegne del comando autonomo della sua gens, sotto l'egida dell'Impero ed il controllo di una serie articolata di castra tutt'attorno al "Ducato dei Barbaricini".
A Nuoro, in via Brusco Onnis (nel quartiere di San Pietro), è stata rinvenuta una tomba bizantina (poliandro) risalente a quella fase storica, recante cuspidi di lance e fibbie bronzee per cinturoni in cuoio, tipiche dell'equipaggiamento bellico di una decarchia, un corpo di guardia di soldati-coloni con famiglia al seguito, detti Kabaddaris. Ciò conferma la presenza nel borgo alto medievale della èlite bizantina allora dominante e, probabilmente, l'introduzione di nuove tecniche agricole. La cristianizzazione della Sardegna avviene nella matrice culturale bizantina, quindi greca, ma in stretto collegamento col la Chiesa di Roma. Da allora rimangono importanti tracce legate al culto dei Santi della Cristianità orientale, che sopravvivono a tutt'oggi nelle tradizioni popolari (si pensi che lo stesso natale, in dialetto nuorese, si traduce con pasqua di natale, lo stesso termine usato dai cristiani ortodossi).
Con l'affievolirsi del controllo imperiale soggetto all'affermarsi nel Mediterraneo della potenza islamica nascono in Sardegna i Giudicati, 4 regni autonomi collegati in origine con Bisanzio, che spartiscono la Barbagia sotto la propria autorità. Durante i "secoli bui" Nuoro e la "Curatoria Dore-Orotelli" fecero parte del Giudicato di Torres, regno giudicale legato da rapporti di amicizia verso i carolingi (riscontrabili anche da alcune caratteristiche della cancelleria giudicale), il quale si estendeva dal sassarese alle parti più settentrionali delle attuali province di Oristano e di Nuoro;
Il villaggio di "Nugor", di poche centinaia d’abitanti, si rileva su carte medievali risalenti al 1147 (spesso con la dicitura "Nori"). Il Villaggio era costituito da due nuclei vicini: uno sorgeva attorno alla chiesa di "Santu Milianu" nel quartiere "Seuna" ed uno vicino alla chiesa si "Santu Pedru" nel quartiere omonimo. Il nome di Sant’Emiliano è fondamentale nella storia di Nuoro in quanto testimonia storicamente il passaggio della popolazione dal monte Ortobene ed in particolare dal villaggio sito vicino alla località "Milianu", lungo le rive del ruscello Rìbu ’e Séuna, al quartiere "Seuna", in cui si preservò, tramandandola, la tradizionale devozione al Santo da parte della comunità. Le origini di Séuna sarebbero legate quindi al trasferimento a valle di gruppi che cercarono un migliore insediamento, una località più salubre, su un costone riparato dai venti e in prossimità di una ricca sorgente d’acqua, "Sa Bèna". L’antico rione si sviluppa attorno alla chiesa andata perduta di San Giuliano Martire. Tutt’intorno alla chiesa sorgevano case piccole e basse con i tetti incannicciati e a tegole curve e un intreccio di viottoli, ciascuno dei quali aveva un nome caratteristico che gli dava una fisionomia precisa: Sa còrte ’e sos sètte fochìles (grande cortile sul quale si affacciavano sette focolari, sette case); Su puttichéddu (pozzo oggi essiccato); Fóssu Loróddu (letteralmente “fosso sporco” dove si era soliti buttare l’immondizia); San Nicolò (zona intorno all’antica chiesetta di San Nicolò, andata poi in rovina); Sa Bèna (abbeveratoio per il bestiame posto nell’attuale cortile della chiesa delle Grazie).
Nel XII secolo Nuoro fu annessa alla sede vescovile di Galtellì, nell'ambito del Giudicato del Logudoro; la diocesi assunse nel tempo titolo di "Galtellì e Nuoro", sino a che il vescovo spagnolo Roich non la trasferì definitivamente nel capoluogo nel 1779, ottenendone il decreto da Papa Pio VI.
Fra il 1300 ed il 1400 l’importanza di "Nugor" cresce insieme ad i suoi abitanti, più di mille, e fra il 1341 e 1342 viene indicato, nei documenti contabili, come uno dei villaggi che versavano maggiori tasse alla Diocesi di Ottana.
Nei secoli seguenti il borgo restò relativamente isolato e non rilevò per i conquistatori che si succedettero nell'Isola (Pisani, Aragonesi e Spagnoli), se non per la pesante imposizione fiscale. Si noti infatti che la prima traccia scritta dell'esistenza della città si reperisce nel liber fondachi, un registro fiscale pisano sui possedimenti in Gallura e Baronia della metà del Trecento.
La "casa delle contrafforti" nel quartiere di San Pietro La seicentesca Chiesa di N.S. delle GrazieIl villaggio cresce e nei registri Spagnoli si riporta negli atti del Viceré Gerolamo Piementel che "La encontrada de Nuero tiene 4 villas Y la primera Villa de Nuero 1434 Fuegos, Villa de Orgosolo 1162 fuegos, Villa de Loloy 83 fuegos, Villa de Locoy 54 fuegos".
Nel 600 si contavano 15 chiese urbane, 7 chiese periferiche e 9 chiese campestri.
Non particolarmente ricca di risorse agricole e nella sua orografia accidentata che consentiva però l'alternativa della pastorizia, sviluppò modesti commerci e vi si insinuò il fenomeno del banditismo che, nel corso dei secoli, assunse un condizione di ordinarietà, tanto da consentire lo sviluppo di un codice di tradizione orale costituente un ordinamento giuridico di fatto: il c.d. "codice barbaricino" [2]. La dominazione catalana prima e spagnola successivamente hanno contribuito in modo determinante all'elaborazione delle tradizioni religiose, dei manufatti artigianali e delle ricche vesti d'uso quotidiano, impreziositesi nei secoli, oggi divenute "costumi" da indossare in occasione delle sagre folkloristiche. Il 22 ottobre 1679 il Vescovo di Alghero Francesco Lopez de Urraca concedeva a Nicolau Ruju Manca la "permissione di poter fabbricare una chiesa in onore della Vergine delle Grazie di Nuoro". Comincia con quest'atto ufficiale la storia della chiesa delle Grazie, edificio che è da considerarsi tra i più rilevanti della città di Nuoro. L’antico rosone in trachite, incastonato nella facciata, si dice provenisse dalla più antica chiesa di "Santu Milianu" andata ormai in rovina. Alla fine del 600 pestilenze e carestie, con una mortalità media del 60% della popolazione, si arresta lo sviluppo demografico e nel 1698 negli atti del Viceré De Solis Volderrabano si registrano 936 Hombres y 1168 Mujeres ma il paese di "Nuero" diventa il primo centro abitato delle zone vicine (Barbaja Ololay, Marquesado de Orani, Encontrada de Nuero) e versa al Regno di Spagna la maggiore quantità di tasse con 924,08 Libras.
Il Regno di Sardegna
La cattedrale di Santa Maria della Neve La cattedrale di Santa Maria della NevePiù estesa e popolata dei paesi del circondario, Nuoro crebbe con la cessione della Sardegna ai Savoia.
In una bolla pontificia del 1779 si legge che "… Nuoro conta 589 famiglie e 2782 abitanti, vi sono 5 case di cavalieri e oltre 30 di gente civile e benestante, qualche laureato e otto notai…"
Divenne sede del Tribunale di Prefettura (1807), città nel 1836, e sede di Divisione Amministrativa e di Intendenza nel 1848 (in pratica una terza provincia sarda, dopo Cagliari e Sassari); poi l'ultimo titolo fu ridotto nel 1859 a quello di sottoprefettura. Si sviluppò perciò come centro amministrativo a partire dalla seconda metà dell'Ottocento, periodo in cui si aprì ad un rilevante insediamento di funzionari piemontesi del Regno di Sardegna e commercianti continentali. Così avrebbe in seguito descritto questo passaggio storico il Satta: "In breve, i nuoresi si trovarono amministrati, rappresentati dagli estranei, e in fondo non se ne dolsero. Era un fastidio in meno.
Il Regno di Sardegna in realtà non giunse in loco che dopo molti decenni dalla sua istituzione (1720) e celebrò il suo centenario con una manovra legislativa di armonizzazione del sistema immobiliare che avrebbe creato gravissimi disordini oltre ad un senso di ingiustizia sentito dalla popolazione nei confronti dei Savoia. Con l'Editto delle Chiudende del 6 ottobre 1820, infatti, l'intera Barbagia fu messa sottosopra dall'appropriazione selvaggia di terreni sino ad allora adibiti ad uso comunitario (e giuridicamente anche ad uso civico) [4]. Si ebbero rivolte sanguinose, faide e numerosi omicidi in una sempre più grave serie di tragedie, tali da sconsigliare il Valery, che nel 1834 stava realizzando il suo "Voyage en Sardaigne", dall'approssimarsi a Nuoro, solo lambita nel suo articolatissimo itinerario; tragedie gravissime che sarebbero sfociate nei noti moti de "su Connottu" [5], quando al culmine della tensione il 26 aprile 1868 diverse centinaia di persone assaltarono i simboli del sempre più foresto potere savoiardo e diedero alle fiamme il palazzo del municipio, curando che la carta, strumento di sperequazione fra alfabetizzati e popolo, scomparisse insieme con il malefico potere che vi era impresso sopra [6].
Il banditismo, che dopo Su Connottu si pretese almeno in parte corroborato da sentimenti di ribellione all'invasore, ebbe una recrudescenza e lo stato rispose con l'invio di truppe di polizia, numerose quanto poco efficaci nel contrastare grassazioni e faide. Sul finire dell'Ottocento si fece più grave l'usura, i cui maggiori gestori erano dei "miserabili napoletani" [7] ed anche la Deledda ebbe a citarla in una delle sue opere. Una singolare e copiosa aneddotica del periodo si ricava da un romanzo scritto da un carabiniere continentale, paracadutato dalla Firenze-bene alle scabre montagne del circondario della città, del quale vale riportare un brano:
« Nuoro: un brulichìo nerastro di villaggio steso fra le stoppie giallicce, in uno scenario fantastico di monti, dei pastori di vestiti pelli, delle vie di granito battute dal vento, delle campane martellanti un eterno tintinnìo di tarantella, la capitale del brigantaggio ci appare com un grosso e squallido borgo, dove il vescovo mitrato, il sottoprefetto e il comandante del presidio fanno l'effetto di una commenda sulla casacca di un villano. »
(Miles (Giulio Bechi), "Caccia grossa", 1900?)
Il romanzo riporta incidentalmente ma con buona fedeltà il nuovo ruolo di Nuoro sede del tribunale penale, cui si traducevano gli imputati di un vastissimo mandamento, comprendente moltissimi paesi ad altissimo tasso di criminalità. Il secolo si chiuse con una rilevante partecipazione dei nuoresi all'emigrazione verso il continente americano e le miniere del Nord-Europa; fra le cause non vi era solo la povertà ma spesso anche il desiderio di sottrarre le famiglie all'implacabilità della vendetta od a diverse rischiosità sempre di versante criminoso. Gli abitanti scesero a circa 7.000.
Il Novecento
Con il Novecento il fermento culturale che avrebbe dato vita alla più importante avanguardia artistica sarda si giovò del notevole miglioramento dei trasporti per la comunicazione col Continente, ed anzi prese proprio questa a suo obiettivo; pian piano, si fecero conoscere oltremare le opere della Deledda, dei pittori, dei poeti. Nuoro divenne il centro culturale della Sardegna, lasciando alla sola Sassari un minimo spazio residuo che questa tentava di rimpinguare con il pubblico mecenatismo per attrarne i migliori esponenti. Con l'allargamento dei servizi e dei posti di lavoro amministrativi, iniziarono a trasferirsi a Nuoro molti abitanti dei paesi vicinanti e fra questi molti artisti.
Passate la guerra di Libia e la prima guerra mondiale con un elevato numero di caduti, si ebbero in città i primi sviluppi delle sinistre. Uno dei principali attivisti fu l'avvocato Salvatore Sini (noto "Badore"), originario di Sarule, più conosciuto come autore dei testi di "Non potho reposare", canzone in lingua sarda di grande successo nell'isola, ma in realtà impegnato in molte campagne fra le quali una per la fondazione di una lega fra le donne operaie.
Nel 1921 fu visitata da David Herbert Lawrence, anche se solo di passaggio e per una sola notte, e di questa fugacissima tappa nemmen troppo programmata, restano alcune interessanti pagine di "Mare e Sardegna" nelle quali descrisse una animatissima sagra in costume.
Avendo già assunto almeno moralmente questo ruolo, ed essendola in pratica già stata nel secolo precedente, Nuoro ri-divenne provincia durante il Fascismo, nel 1927 [8]. I rapporti del regime con la popolazione passarono attraverso la mediazione di alcuni artisti, i quali imposero il rispetto di forme culturali autoctone, nonostanze le politiche di unificazione nazionale. L'uso degli indumenti della tradizione fu tollerato e si giunse anzi ad avere diversi nuoresi in abiti sardi per le cerimonie del matrimonio di Umberto II. Notevole fu, tra gli artisti di punta, Remo Branca, preside del liceo ginnasio (suucceduto al padre di Indro Montanelli, che in questa città trascorse l'infanzia [9]) ed infaticabile animatore culturale.
Nel 1931 raggiunse i 9.300 abitanti, che nel 1936 celebrarono il premio Nobel conferito alla loro concittadina (ormai però trasferitasi a Roma per seguire il marito), Grazia Deledda.
La città contava oltre ai quartieri originari, Santu Predu, dei pastori e dei proprietari terrieri e Seuna, dei contadini, dei braccianti e degli artigiani, can la "via Majore" (attuale Corso Garibaldi, tutt'ora la via "di passeggio"), dei signori, altri dieci rioni: S'Ispina Santa (via Sassari), Irillai (via della Pietà), Santu Carulu (via Alberto Mario), Su Serbadore (via Malta), Corte 'e susu (via Poerio), Santa Ruche (via Farina), Sette Fochiles (via Lamarmora), Fossu Loroddu (Largo Nino di Gallura), Su Carmine (Piazza Marghinotti), Lolloveddu (via Guerrazzi). Vi è poi Lollove, frazione che dista circa 15 chilometri dal capoluogo, piccolo centro rurale che mantiene un aspetto quasi incontaminato rispetto alle origini, nota nell'immaginario collettivo locale come una locazione vicina ed al contempo distante.
La sua provincia è attualmente una delle meno popolose d'Europa, e raccoglie numerose bellezze paesaggistiche e naturali di grande rilievo, tra cui il Gennargentu ed il Golfo di Orosei, con un interesse particolare per le bellezze naturali che vengono offerte nel tratto di Sardegna (ed in particolar modo verso la costa) tra Cala Gonone (comune di Dorgali) e l'Ogliastra.
Da visitare a Nuoro
L'antica Chiesa di Nostra Signora della Grazie
Si trova nell'antico quartiere di Seuna. E' stata di recente restaurata. Realizzata nel seicento in uno stile eclettico, presenta una foggia semplice, lineare, quasi rustica, tipica dell'isola. La facciata presenta un portale centrale, con due semicolonne sulle quali poggia un doppio architrave modanato sormontato da un timpano triangolare in trachite. Gli stipiti ed i capitelli delle colonne sono decorati con figure zoomorfe e floreali che rimandano al linguaggio decorativo gotico-catalano. Al di sopra di esso, come unico elemento decorativo della facciata troviamo un rosone di foggia gotico-catalana, in trachite rossa che, secondo la tradizione, proviene da una più antica Chiesa nuorese del trecento, San Giuliano Martire, andata perduta.
Al portale si accede tramite una scalinata in granito. Un secondo ingresso si apre nella fiancata laterale sinistra della Chiesa, il quale si presenta con stipiti in trachite rossa e sovrastato da una nicchia, con logiche decorative tardo rinascimentali. Sulla fiancata destra poi, il terzo ingresso al tempio, di nuovo con stipiti in trachite rossa, conduceva un tempo ad uno spazio esterno ampio e circondato da colonne, che fungeva da ostello per i pellegrini durante la festa della Patrona di Nuoro. Questo genere di ostelli, noto come "Cumbessias", sono tipici della Sardegna ed i più antichi risalgono al periodo della dominazione bizantina. Sulle fiancate vi sono infine loggette che interrompono, alleggerendolo, il volume massiccio della costruzione. L'edificio sacro ha pianta rettangolare e presenta un presbiterio quadrato. Il soffitto è costituito da una volta a botte. L'altare maggiore è sopraelevato di un metro e mezzo rispetto alla navata. Pregevoli dipinti, raffiguranti i 12 Apostoli, i Profeti, alcuni brani delle Sacre Scritture ed episodi dell'edificazione della Chiesa, sono conservati nel Santuario. Risalgono al XVIII secolo: sono stati realizzati su intonaco, poi imbiancato a calce fresca, con terre colorate, secondo una tecnica sarda molto peculiare anche nell'effetto. Nel 1720 l'area ecclesiale ospitò una residenza dei Gesuiti. Sotto il pavimento venne ritrovata la sepoltura di una persona di sesso maschile, probabilmente il costruttore della chiesa Nicolau Ruju Manca.
Il Monte Ortobene
L'Ortobene è il monte dei nuoresi per eccellenza. Luogo di grande pregio paesaggistico e naturalistico, i suoi freschi boschi sono meta di escursioni ad un passo dalla città. Offre inoltre grandi suggestioni in occasione delle nevicate invernali. La vetta raggiunge i 955 m. slm. In cima si raggiungono diversi belvedere ampiamente panoramici sul Monte Corrasi di Oliena, verso il Supramonte, il Gennargentu ed il mare. Importante e suggestivo è quello che ospita la statua del Redentore, opera di Vincenzo Ierace, cui è ispirata l'importante sagra folkloristica di fine agosto. La flora e la fauna sono quelle tipiche della Sardegna centrale, con boschi di lecci, volpi, cinghiali, ghiri, falchi e persino una coppia di aquile reali. Di rilevante interesse turistico ed antropologico è la cosiddetta "sa conca", una residenza rurale suggestiva e unica ricavata all'interno di un enorme masso di granito cavo e di forma sferica, situato sul ciglio della strada che porta al parco di "Sedda Ortai". Sempre nella zona di "Sedda Ortai", si trovano le tracce di un antichissimo villaggio alto medievale. Ai piedi del monte in località Borbore si trova una interessante zona archeologica dove vi sono ancora varie Domus De Janas (lsecondo la tradizione "case delle fate"), necropoli risalenti al Neolitico finale (cultura di Ozieri, 3200-2800 a.C.) – Eneolitico (cultura Monte Claro, 2400-2100 a.C.; cultura del Vaso Campaniforme, 2100-1800 a.C.). In cima si trova l'antica chiesa campestre di Nostra Signora 'e su Monte. Presso le pendici settentrionali del Monte vi sono ulteriori tracce del vissuto storico dell'uomo come il santuario di Valverde, i ruderi delle chiese di Sa Itria e di Santu Jacu, che presentano ancora i muri perimetrali e le basi degli archi in granito, infine le tracce della Chiesa di Santu Tomeu. Queste strutture religiose, insieme al mulino settecentesco sito in località "Capparedda", meriterebbero interventi di recupero e restauro. Interessanti, infine, i numerosi "rocciai", cumuli naturali di massi granitici, nati con l'erosione dei venti, che assumono spesso forme inusuali come ad esempio le rocce dell'Orco, o quella della spugna.
Piazza Sebastiano Satta
La piazza-monumento è posta al centro di Nuoro fra il corso Garibaldi e il rione di Santu Prédu . Si tratta di una delle più belle piazze immaginate da un artista contemporaneo. L’idea di utilizzare questo spazio, la vecchia piazza Plebiscito, per onorare il "vate di Sardegna", Sebastiano Satta (1867-1914), venne perfezionata dall’incarico allo scultore oranese Costantino Nivola (1911-1988), il quale, reduce dall'esperienza americana a contatto con architetti come Le Corbusier o Saarinen, solo dopo aver studiato e capito la vera personalità del poeta, pensò di recuperare un mondo arcaico e pastorale. Iniziò ad eseguire una serie di schizzi e scelse la strada minimalista con l’inserimento di piccole rappresentazioni in bronzo in giganteschi massi granitici provenienti dal monte Ortobene, anche al fine di legare il paesaggio urbano e quello del Monte visibile sullo sfondo della piazza.
La piazza è di forma irregolare e pavimentata da piccole pietre di granito bianco squadrate, da cui sembrano nascere panche formate da parallelepipedi regolari dello stesso materiale. Le indicazioni simboliche emergenti dalla piazza rimandano alla cultura sarda, antropologica e arcaica. Ognuna di quelle rocce è da vedere come un personaggio mitico: di una mitologia sarda e mediterranea che gioca sul dualismo dell’immagine di un padre (potere patriarcale) e della donna (madre mediterranea). Quest’ultima è riconoscibile nelle cavità protettive e allusive delle rocce (la roccia-madre), dove la figura del poeta, rappresentata da otto piccole statue in bronzo, vi trova accoglienza, esaltazione fantastica o riposo. Qui la personalità di Sebastiano Satta è ripresa nei suoi diversi aspetti, umani e artistici. Nivola ha preteso l’intonaco e il bianco calce negli edifici circostanti per dare ampiezza, luminosità e semplicità all’architettura casuale degli abitati, tra i quali si riconosce la stessa casa in cui visse il poeta.
Il borgo di Lollove
Si tratta di un borgo isolato, abitato da poche decine di residenti, sospeso nel tempo e nel silenzio. Oggi questo minuscolo gruppo di case costruite all'autentica ed antica "maniera sarda" regala un'atmosfera affascinante. Fra i ruderi abbandonati e le poche case abitate si erge la chiesetta della Maddalena, in stile tardo-gotico seicentesco, con archi a sesto acuto in trachite rossa. Nel villaggio non vi è alcun tipo di attività commerciale. Si tramanda la leggenda che il borgo venne colpito dalla maledizione di alcune suore fuggite a causa della relazione carnale di qualcuna di esse con i pastori: “Sarai come acqua del mare; non crescerai e non morirai mai”.
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